sabato 19 maggio 2012

L I B E R A T E L A!

Pubblicato da Redazione il 29 febbraio 2012

Al compleanno di Castelli

Pubblicato da Francesco Giorgioni il 28 gennaio 2012

Devo eterna gratitudine ad Antonello Pirotto. Perché anni fa ho avuto l'identico desiderio di investire Roberto Castelli con quel liberatorio “non mi deve rompere i coglioni”, ma non il suo stesso coraggio. E l'urlo mi restò strozzato in gola.
Certo, io non calzavo il baschetto da minatore e il contesto era diverso. Come il municipio di Siliqua è diverso dal Pepero Club di Porto Cervo.
Castelli l'ho infatti conosciuto in Costa Smeralda, alla festa del suo compleanno organizzata da un'amica comune. L'anno? Forse il 2003, ma potrei sbagliare.
Questa comune amica era un'elegante ed attempata signora milanese, titolare di un'azienda specializzata nella produzione di bigiotteria. Le vacanze le trascorreva in una sontuosa villa a Cala di Volpe nel cui giardino, ogni sera, c'era qualcosa da festeggiare. Anche quando non c'era nulla da festeggiare.
Ci eravamo conosciuti ad un party e mi aveva chiesto il numero di telefono, cosicché ad ogni ricevimento non mancava di invitarmi. Benché mi stesse simpatica io accampavo sempre delle scuse per rifiutare, ma quella volta non mi fu proprio possibile.
“Sa, ho deciso di organizzare il compleanno del mio caro amico Roberto al Pepero di Gianni Principessa. Le ho riservato un posto al tavolo mio e del ministro, stavolta non mi dica di no. Sa, Roberto è un po' giù di morale e vogliamo fargli trascorrere una serata allegra in mezzo a gente che gli vuole bene”. Mi venne concesso di portare con me un fotografo: già che c'ero, non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di un articolo per il quotidiano col quale al tempo collaboravo.
Era pieno agosto. Toglietegli la cravatta, per il resto Castelli era lo stesso inespressivo baccalà che arreda svariate arene televisive: giacca e pantaloni scuri, camicia turchese, l'innata capacità di suscitare un'immediata antipatia.
La signora mi presento come “l'amico Francesco”, poi si sentì in dovere di aggiungere che ero un giornalista.
Occhi fissi dietro la lente rotonda, bocca immobile, però intuii ugualmente una smorfia di disappunto.
“Lei è del quotidiano La Nuova Sardegna?”
“No”.
“Ecco, perché quelli li ho querelati e non stringerei mai la mano ad un suo collega che lavori per quella testata. Ditemi che sono un pirla, ditemi che non capisco niente ma non ditemi che rubo”. Non ricordo con esattezza se abbia aggiunto anche un “ecchecazzo!”, ma ne sono pressochè certo.

La Nuova Sardegna aveva scritto intere paginate sulle vacanze che Castelli avrebbe trascorso quell'anno a spese dei contribuenti nella colonia penale di Is Arenas, il ministro aveva subito schierato una squadra di avvocati per difendere la sua onorabilità.

Allora aveva deciso di proseguire la vacanza in Sardegna, ospite per alcuni giorni nella villa dell'organizzatrice della serata.

Dopo l'aperitivo la signora mi pregò di seguirla al tavolo del festeggiato. Ma vedendo Antonio, il fotografo al mio seguito, seduto in un angolo con due colleghi mi sembrò antipatico lasciarlo solo. MI scusai e li raggiunsi per cenare con loro.

Il clou di una serata dalla noia mortale fu l'arrivo in gran pompa di Marta Marzotto, nientemeno. Vennero ad annunciarla al tavolo e noi ci alzammo per assistere all'incontro tra la contessa salottiera e l'ingegnere leghista.

Antonio sfoderò la sua Nikon e iniziò a scattare. Si fecero avanti due energumeni vestiti di scuro e con una faccia da cazzo come poche ne ho viste nella mia vita. Tirarono fuori il tesserino della Digos e ci chiesero di mostare loro i nostri documenti. Era la scorta del ministro.

“I documenti? E perché?”, chiesi.

Per farla breve Castelli – che osservava quanto stava accadendo senza darlo a vedere - non gradiva essere fotografato mentre mangiava, cosa che infastidisce molti altri politici. Un prezzemolo tra i denti pare possa fare precipitare in picchiata anche la popolarità del politico più amato, sostengono i sondaggisti.

Spiegammo di essere stati invitati regolarmente alla feste, protestando per il trattamento da terroristi riservatoci e specificando di non essere interessati a documentare la masticazione del guardasigilli. A noi interessava solo l'incontro tra la Marzotto e il ministro.

Nulla da fare. Due uomini pagati dallo Stato, in una discoteca della Costa Smeralda, brigavano per strappare di mano la macchina fotografica ad un reporter invitato apposta per immortalare l'evento.

Ad un certo punto si mise in mezzo anche la sicurezza del locale: finimmo con l'essere circondati da una squadra di bronzi di riace che non aspettavano altro, se non di poterci cacciare a pedate nel sedere.

La signora, tutta imbarazzata, cercò di evitare l'incidente diplomatico provando a calmare me e il fotografo che, imbufalito, aveva imboccato l'uscita. Ma ormai la frittata era fatta.

Ci fu parecchio trambusto, ma Castelli non si spostò mai dal suo posto. Seguitò ad ingozzarsi di aragosta e beluga, l'occhio annoiato di uno capitato là per caso.

Prima di andarmene lo guardai ben bene in faccia. Mi venne proprio in mente di avvicinarlo e fargli notare che non si possono rompere i coglioni a chi, quella sera, stava scattando delle foto per portare a casa un servizio e difendere il proprio posto di lavoro.

Come un operaio di Alcoa o Eurallumina.

Non ne ebbi il coraggio. Per fortuna, nove anni dopo, ci ha pensato Antonello Pirotto. Cui prometto di offrire un caffé, semmai un giorno dovessimo incontrarci.

Sun Tzu e l'Alcoa: 2500 anni dopo.

Pubblicato da Admin il 27 gennaio 2012

Di Marco Zurru

“Ci sono cinque circostanza nelle quali la vittoria può essere prevista. 
Chi è in grado di distinguere quando è il momento di dare battaglia, e quando non lo è, riuscirà vittorioso.
Chi è in grado di stabilire quando deve usare forze minori, e quando maggiori, riuscirà vittorioso.
Chi ha creato un esercito compatto, con ufficiali e soldati che combattono uniti per un unico fine, sarà vittorioso.
Chi è prudente e preparato, e resta in attesa delle mosse del nemico temerario e impreparato, sarà vittorioso.
Chi dispone di generali esperti non vincolati da funzionari di corte, sarà vittorioso.
I cinque punti che ho descritto individuano la strada della vittoria.
Perciò dico: “Conosci il nemico come conosci te stesso. Se farai così, anche in mezzo a cento battaglie non ti troverai mai in pericolo”.
Se non conosci il nemico, ma conosci soltanto te stesso, le tue possibilità di vittoria saranno pari alle tue possibilità di sconfitta.
Se non conosci te stesso, né conosci il tuo nemico, sii certo che ogni battaglia sarà per te fonte di pericolo gravissimo”.

Sun Tzu , L’arte della guerra.

Scritto circa 500 anni prima di Cristo, questo libello non è solo il più antico trattato di arte militare esistente, ma anche un testo intriso di filosofia orientale che ha guidato nei momenti decisivi, ovvero letteralmente “quando si decide”, uomini di guerra, politici, manager di grandi aziende e chiunque fosse inserito in catene di comando di notevole spessore. A me è sempre sembrato un testo illuminante su cui applicarsi nei più disparati segmenti della vita collettiva. Possiamo fare un esempio con il caso Alcoa? Con il “nemico Alcoa”? Siamo sicuri che i cinque primi punti descritti da Sun Tzu siano stati rispettati in questi anni? Siamo sicuri della compattezza delle parti sociali, della classe politica e della società civile di fronte al “nemico”? Siamo sicuri di conoscere il “nemico”? 
Un piccolo tassello di conoscenza sulla forza e le possibilità di questa Corporation di modificare le regole del gioco concorrenziale del mercato non “di sponda”, ma direttamente, diventando essa stessa arbitro e regolatore del mercato ce la offre Joseph Stiglitz in un piccolo libello che consiglio a tutti. Si intitola “In un mondo imperfetto. Mercato e democrazia nell’era della globalizzazione”. È un po’ datato (2001), ma rimane di agghiacciante attualità.
Stiglitz racconta ad una platea di italiani (il testo è la rielaborazione di una lecture tenuta a Roma per iniziativa di un gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra) come le grandi imprese americane siano eccezionali nel raccontare la favoletta della concorrenza “tranne che per il loro settore”; la nefandezza dei sussidi statali “tranne che nel loro settore”; l’importanza e la bellezza della trasparenza e apertura “tranne che nel loro settore”.
Siglitz era (è) un uomo di grande potere. È stato capo dei consiglieri economici per Clinton; ha ricoperto per tre anni la carica di Vice Presidente alla World Bank. Ha insegnato a Princeton e Stanford. Ha vinto il Nobel per l’economia insieme a George Arkerlof e Michael Spence lavorando su uno dei principi cardine della teoria neoclassica, le informazioni, “prendendo il toro” dal corno opposto, quello delle asimmetrie informative. È stato cacciato dall’amministrazione federale dopo una strenua battaglia con una delle figure più rilevanti (e dense di responsabilità) nella storia del crack dell’economia finanziaria Usa, Lawrence Summers. Insomma, per farla breve, “ne sa”…
La storia è quella dell’alluminio il cui prezzo, nel 1993, incomincia a crollare. L’economia globale era in fase di rallentamento e i prezzi delle materie prime (come l’alluminio, appunto) ne hanno immediatamente risentito. La Coca Cola aveva appena inventato una nuova tecnologia che le consentiva di risparmiare il 10% di alluminio per la costruzione delle lattine (uno degli usi privilegiati dell’alluminio è proprio quello delle lattine per bevande). Infine il crollo dell’URSS comportò un taglio rilevante alle spese per la difesa, una delle cui voci fondamentali riguarda il comparto aereospaziale (l’altro impiego massiccio dell’alluminio è orientato alla costruzione degli aeroplani).
In breve, c’era la possibilità che un volume notevole di alluminio arrivasse nei mercato occidentale, abbattendo così i prezzi. Infatti se tutti erano d’accordo sul fatto che la Russia avrebbe dovuto diventare un’economia di mercato, altrettanto d’accordo erano gli analisti che prevedevano l’impossibilità per la Russia di piazzare beni di consumo che in Occidente avevano raggiunto livelli di sofisticatezza di assoluto rilievo, come le automobili, ad esempio. Una delle cose che una economia in start up può/deve fare è produrre qualcosa che si può vendere facilmente sul mercato. Una di queste cose per la Russia era l’alluminio.
Ma a questo punto è meglio far parlare direttamente Stiglitz, la cui ironia è pari al delirio retorico di alcuni economisti neoliberal. “Quando ho visto il prezzo dell’alluminio scendere, ho pensato che nel giro di pochi mesi qualche rappresentante dell’Alcoa sarebbe immancabilmente arrivato alla Casa Bianca per chiedere qualcosa. Arrivarono persino più velocemente di quanto pensassi. Paul O’Neil (Ceo della Corporation) era alla nostra porta con una proposta semplice ma audace: un cartello globale per l’alluminio, capace di tenere quello russo fuori dagli Stati Uniti. Questa richiesta mi metteva in una posizione molto difficile, dato che stavo per partire per una visita in Russia per parlare di economia di libero mercato con Gajdar.(…) L’America predicava che la Russia stesse diventando una economia di mercato, ma non appena riusciva a produrre qualcosa che era in grado di competere, il governo americano era indotto a schiacciare la Russia mettendola fuori mercato. (…) Non potevo difendere ciò che gli USA stavano facendo. (…) Mentre ricevo telefonate dai riformatori russi che ci imploravano di fermare l’istituzione del cartello, il Dipartimento di Stato americano parlava con i suoi vecchi amici nei ministeri vecchio stile, incoraggiandoli a proseguire con il cartello”.
La combinazione del sostegno da parte del Dipartimento di Stato e della pressione da parte dell’industria dell’alluminio, ha portato alla formazione di un cartello globale in violazione dei principi della concorrenza, e ha contribuito a creare in Russia un capitalismo mafioso. Insomma, “c’era stata una vera e propria collusione, al riparo dell’ombrello governativo, allo scopo di limitare la concorrenza. (…) Persino i più critici tra noi non compresero appieno la natura del disastro, perché non stimavano in modo corretto il capitalismo mafioso che contribuivano a creare in Russia, collaborando alla costituzione del cartello e delle sue rese monopolistiche”.
L’Alcoa è entrata nel gioco della costruzione dei nuovi assetti geopolitici in un momento fondamentale della costruzione del nuovo ordine mondiale. Vi è entrata per salvaguardare i propri interessi di mercato; vi è entrata con forza e ha vinto. Non importa quanti costi sociali, economici, umani sono stati pagati (dagli altri): ha vinto.
Ha continuato a vincere anche in seguito. Paul O’Neil è stato CEO dell’Alcoa dal 1987 al 2000, lasciando l’incarico con una fortuna personale stimata in circa 100 milioni di dollari. A gennaio 2001 viene nominato da George W. Bush Segretario del Tesoro. In una delle prime esternazioni pubbliche dichiara che le multinazionali non dovrebbero pagare tasse (Intervista di Amity Shlaes. Financial Times 19 Maggio 2001). Solo dopo diversi mesi dalla nomina, cedendo alle pressioni che indicavano un palese conflitto di interessi, annuncia l’intenzione di vendere il suo pacchetto azionario in Alcoa.
Insomma non stiamo parlando di una multinazionale qualsiasi: modellare forme di mercato in altre parti del mondo; definire equilibri geopolitici in combutta con il governo; entrare dalla porta principale del governo USA e sedere in uno degli scranni più autorevoli e potenti al mondo non è cosa di poco conto.
Il sospetto, tornando a Sun Tzu, è che in Sardegna la partita sia complicata perché vera soprattutto l’ultima massima, e non solo nella battaglia con l’Alcoa, purtroppo.

Sardegna24 ad un passo dalla chiusura

Pubblicato da Redazione il 26 gennaio 2012

Il dramma di Sardegna 24 si sta consumando nel silenzio generale. In sei mesi, un giornale aperto con la pretesa si diventare il terzo polo dell'informazione nell'Isola sta per chiudere i battenti: il suo destino si chiarirà il 27 gennaio, quando una riunione del Cda deciderà se proseguire l'attività o se mettere in liquidazione il giornale. Ipotesi, la seconda, molto probabile, vista la mancanza di risorse finanziarie, i debiti accumulati e il deludente andamento delle vendite. Tutto questo accade ad un quotidiano la cui distribuzione in edicola, è bene ribadirlo, era iniziata lo scorso 1 luglio. Poche settimane sono bastate a distruggere un sogno.

Una quindicina di giornalisti, una decina di collaboratori e un piccolo gruppo tra addetti alla parte grafica e amministrativa si ritroveranno senza un lavoro. Tra loro anche il direttore ed editore Giovanni Maria Bellu, arrivato in Sardegna dopo un ventennio a Repubblica e la tormentata esperienza da condirettore a L'Unità.
Quali sono le ragioni di quello che appare un fallimento, a meno di imprevedibili colpi di scena? Tante. E tutte devono far riflettere una certa sinistra abituata a denunciare ciò che non va in casa d'altri, fingendo di non vedere le contraddizioni che si nascondono tra le pareti amiche. Una per tutte: in una redazione che denuncia quotidianamente le ingiustizie del mondo del lavoro, non c'è l'ombra di un solo contratto a tempo indeterminato. E sarebbe magari il caso di chiedersi quanto incida sulla libertà d'informazione il precariato selvaggio,
La parentesi sta per chiudersi tra i veleni, con una redazione divisa e sfiduciata che assiste impotente allo scaricabarile tra Bellu e la compagine dei soci che, inizialmente, aveva sostenuto la nascita del giornale. Un'assemblea di redattori dilaniata che, tra novembre e la fine dell'anno, è riuscita ad eleggere due diverse rappresentanze sindacali interne. Il primo comitato di redazione designato all'unanimità è stato sostituito (senza essere sfiduciato) con un blitz durante le feste natalizie da un nuovo terzetto di sindacalisti, la cui elezione non è stata però ancora ratificata dall'Associazione della Stampa. Se non è ben chiaro chi rappresenti i giornalisti, molto meno lo è chi abbia titolo a parlare a nome di un'azienda annichilita: l'amministratore unico Giancarlo Muscas ha infatti rassegnato le dimissioni da circa due settimane. Lo ha seguito qualche giorno dopo il vicedirettore Cicci Porcu, fedelissimo del direttore.
Bellu una settimana fa ha parlato alla redazione, smentendo quanto aveva annunciato con tanto di solenne editoriale a novembre. Il direttore-editore ritiene infatti nullo l'accordo che gli aveva permesso di rilevare le quote di maggioranza del giornale dai vecchi proprietari, questi ultimi tutti riconducibili all'area Soru. Circa duecentomila euro di debiti sarebbero rimasti nascosti al momento della firma dell'accordo, un rosso emerso solo nelle ultime settimane e che, per Bellu, cancella quanto pattuito due mesi fa.
A parte i fatti recenti, fin dalla partenza le basi di Sardegna24 erano apparse molto fragili. Già da quando si era deciso di posticiparne l'uscita in edicola dal 24 giugno al 1 luglio, per tutta una serie di ritardi tecnici che avevano evidenziato lacune e superficialità nell'approccio all'attività editoriale. L'entusiasmo iniziale e la certezza di essere protetta finanziariamente dal vero ispiratore del progetto, Renato Soru, avevano consentito alla redazione di sopportare turni di lavoro massacranti, specie nei primi due mesi. Ma la inesorabile perdita di copie e il progressivo defilarsi di Soru e dei soci ha rapidamente frenato quell'inerzia e mostrato il vero volto di un'iniziativa nata senza un vero programma.
Tra ottobre e dicembre due giornaliste professioniste e un praticante (che non aveva concluso il periodo di prova) sono stati licenziati, mentre la vita del giornale veniva scandita dal costante ritardo nel pagamento degli stipendi e da movimentate assemblee caratterizzate dall'acceso scontro tra direttore e comitato di redazione. Al centro della disputa, la richiesta di garanzie e impegni sulle prospettive di Sardegna24 da illustrare attraverso un piano editoriale mai presentato.
Un tema tornato drammaticamente attuale in queste settimane: gli stipendi di dicembre non sono ancora stati pagati e il direttore-editore, a quanto se ne sa, non ha saputo fornire alcuna garanzia. Tanto che nelle ultime ore sembrava profilarsi l'ipotesi di uno sciopero, cui poi la redazione ha rinunciato in attesa di novità attese per le prossime ore.
Tutto questo trambusto è passato sotto silenzio. Un piccolo dramma che ben avrebbe figurato sulla prima pagina di Sardegna24, sempre ricca di cattive notizie sulle miserie della nostra disgraziata terra.

Lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti

Pubblicato da Emiliano Deiana il 15 gennaio 2012

Illustrissimo Presidente,

sono il Sindaco di un piccolo Comune della Sardegna, con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti, e le scrivo per rappresentarLe le problematiche connesse all’applicazione dell’art. 16 della Legge n. 148/2011.

 

Presidente come Lei   ben sa il Parlamento, convertendo in Legge un Decreto del Governo Berlusconi, ha introdotto una distinzione "quantitativa" fra gli Enti Locali determinando una distinzione netta fra i Comuni con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti e tutti gli altri.

Senza entrare in tecnicismi sui quale si potrebbe disquisire per ore presenti nelle pieghe dell’articolato il risultato è uno solo: i Comuni con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti non hanno più diritto all’autonomia e alla democrazia e i cittadini di quelle comunità si vedono restringere drasticamente i diritti democratici di autogoverno di un territorio e di una comunità.

 

La mia posizione da Sindaco e quella, Le assicuro, di ogni singolo cittadino del Comune che amministro è di netta contrarietà a questo provvedimento che violenta la storia, la cultura, l’autonomia e la democrazia di centinaia di piccole comunità italiane.

Un provvedimento che appare ancor più violento nel momento in cui – come già fatto notare dall’ANCI – nel DL "Milleproroghe", disattendendo un Ordine del Giorno della Camera - si evita di posticipare i termini, esclusivamente per i Comuni con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti, previsti dall’articolo 16 della Legge 148/2011.

 

Con la scusa della crisi – una crisi, ben inteso, che esiste e che colpisce gli strati di popolazione più deboli (famiglie monoreddito, pensionati, piccoli imprenditori ed artigiani) – si attaccano le istituzioni comunali di più ridotte dimensioni che rappresentano, per le popolazioni locali, l’unico riferimento dello Stato sul territorio.

 

Presidente, Lei da uomo di Stato deve sapere che le nostre istituzioni comunali, quelle più piccole e marginali, sono state additate alla pubblica opinione come le uniche colpevoli rispetto agli sprechi, alle inefficienze e ai privilegi che pur esistono nella Pubblica Amministrazione.

In realtà indicare e colpire "i più piccoli" serve a nascondere i veri responsabili di questa crisi che sta travolgendo le certezze di Stati Nazionali e di interi Continenti e a confermare una miopia della politica nazionale: le comunità locali, a partire da quelle più piccole, non sono un problema, ma una opportunità contro la crisi.

 

Perché se è vero che serve un rafforzamento delle istituzioni democratiche transnazionali è altrettanto vero che le politiche e le applicazioni devono essere locali: serve una risposta locale – non localistica – alla crisi.

 

I Sindaci dei piccoli Comuni non sono di certo la forza che si oppone al cambiamento, ma sono la forza del cambiamento rispetto all’urbanizzazione forzata, all’abbandono delle campagne e dell’agricoltura, alla costruzione di un modello territoriale che non risponde alle sfide che ci impone la modernità.

 

I Sindaci dei Piccoli Comuni vogliono dare un impulso decisivo – in Sardegna le Unioni di Comuni sono una realtà dal 2006 – allo svolgimento delle funzioni associate con la gestione in rete dei servizi sociali, di quelli ambientali, di quelli di polizia locale, dei servizi tecnici, con la redazione di strumenti urbanistici sovracomunali e con la gestione integrata delle aree artigianali ed industriali, ma senza rinunciare alle proprie rappresentanze istituzionali democraticamente elette.

 

Presidente, Ella troverà nei Sindaci delle piccole comunità locali non il freno al cambiamento, ma la forza propulsiva del cambiamento. Un cambiamento che non si ottiene con meno democrazia e meno autonomia, ma con più democrazia, più autonomia e maggiore sussidiarietà.

Perché la Carta Costituzionale di questo ci parla e perché una Nazione si tiene insieme senza lasciarsi indietro nessuno tanto a livello sociale quanto a livello territoriale ed istituzionale.

 

La Nazione si tiene insieme con più democrazia e con più partecipazione democratica tanto a livello centrale quanto a livello locale.

 

Certo che Ella saprà trovare le risposte giuste a queste mie considerazioni porgo i più Distinti Saluti.

 

Il Sindaco

 

Emiliano Deiana

 

Bortigiadas 12.01.2012

L'EROE M

Pubblicato da Francesco Giorgioni il 13 gennaio 2012

L'EROE M
Chissà cosa penserà ora la gente di lui. Chissà cosa penseranno quelli che non lo conoscono e hanno letto sui giornali del suo pugilistico getto della spugna, della rinuncia alla vita per quella montagna di debiti - ma no, in fondo era solo una collina - che non riusciva a pagare.
Aveva speso tutto in donne, anzi no, coi videopoker che oggi vanno tanto di moda.
No, si era subito comprato un bel macchinone coi soldi avuti in prestito dalla banca, ma poi non gliene sono rimasti per mandare avanti quella sua bottega sotto la chiesa di Santa Lucia.
Di M possono pensare queste cose solo quelli che non lo conoscono. Io invece M lo conosco bene. Secondo me non esistono gli eroi, ma stavolta farò un'eccezione: M per me è un eroe.
Gli ho sfiorato la spalla col palmo della mano e lui mi ha sorriso, l'ultima volta che l'ho visto nel supermercato dove da qualche mese l'avevano preso a lavorare. Quel sorriso buono tutto concentrato in occhi innocenti. Mi ha guardato per un istante, ma quell'occhiata mi è sembrata quasi un tentativo di spiegazione: “Vedi, sono qua, sono stato costretto a chiudere, è andata male ma non per colpa mia”.
M lo conosco dai tempi del liceo. Poi l'ho rivisto per anni col camice da magazziniere, impegnato a mettere in ordine scaffali in un supermercato. Quindi, assieme alle sorelle, aveva deciso di aprirselo per conto suo un negozietto, in una casetta del centro storico dove in altri e più felici tempi già si vendevano generi alimentari. L'eroismo sta in questa decisione.
Provo a fare un rapido calcolo mentale. Ad Arzachena, paese mio e di M, negli ultimi anni sono stati aperti otto grandi punti vendita, tra centri commerciali e ipermercati. Otto punti vendita in un centro abitato che conterà forse seimila abitanti. Una liberalizzazione senza regole, il trionfo del mercato senza se e senza ma. Non mi dilungo sulla capacità che hanno questi non luoghi di calamitare l'attenzione della gente, divenendo di per sé stessi centri di attrazione: è un tema noto. E non ribadisco l'ovvio di una grande distribuzione che, inevitabilmente, soffoca il piccolo negozio sotto casa.
Come quello nel quale M sognava d'invecchiare.
Ma capirai cosa gliene importa al grande capitale e al libero mercato del gusto della chiacchierata in gallurese alla cassa, del pettegolezzo paesano mentre ti battono (sempre) lo scontrino, della comodità per il vecchino del rione di andarsi a comprare a piedi pane e latte, senza umiliarsi a chiedere il favore ai figli automuniti.
Alla politica, invece, qualcosa gliene dovrebbe importare. Dovrebbe importargli anche di un giovane che decide di rischiare sulla sua pelle per aprire un'attività.
Invece no.
M, non ti sentire sconfitto. Non sei tu ad avere perso e, comunque, solo chi non ci prova ha perso in partenza. E non guardarmi come se dovessi spiegarmi qualcosa, quando t'incontro all'ingresso del supermercato che impili, una sull'altra, le sporte per metterci dentro la spesa.
Non devi spiegarmi proprio niente.