Pubblicato da Marco Pitzalis il 5 maggio 2011
Non mi piace il regolamento per l’assunzione di ricercatori a Tempo Determinato dell'Università di Cagliari. Non mi piace l’operazione politica che sta dietro la petizione di molti sedicenti precari della docenza e della ricerca.
Ho provato, seguendo la discussione, un doppio “fastidio” (ma anche sconsolata tristezza), da una parte il regolamento è arrivato in CdA già chiuso e senza una adeguata discussione istruttoria che facesse emergere la necessaria condivisione di un progetto culturale e strategico, dall’altra un dibattito pubblico che utilizza strumentalmente la retorica del precariato per fare bellamente di ogni erba un fascio. Invece, in questa questione delicata occorre fare una adeguata distinzione che porti a reali assunzioni di responsabilità.
Torniamo al regolamento per il reclutamento dei ricercatori TD. Il regolamento è insufficiente e non fa una scelta chiara da un punto di vista delle regole relative all’apertura, alla trasparenza della selezione, alla lotta al localismo e al nepotismo. Inoltre, rimanda in maniera totalmente astratta a sistemi generali di valutazione che dovrebbero costituire il meccanismo magico (secondo il riduzionismo del paradigma economicista) di allocazione delle risorse: “Siccome ci sarà la valutazione dei dipartimenti, i docenti recluteranno i migliori!”. Così mi si risponde.
Scusate, ma non mi fido. I buoi sono scappati troppe volte dalle nostre stalle. E sono sempre gli stessi che aprono i cancelli, aiutati adesso da alcuni di quei buoi fuggiaschi. E’ fin troppo ovvio che, ammesso che anche agiscano, i meccanismi magici della valutazione potranno esercitare i loro (presunti) effetti virtuosi dopo che molte delle ormai scarsissime risorse disponibili per il reclutamento saranno state usate anche inmaniera personalistica da qualche cricca di potere accademico. Va inoltre aggiunto e sottolineato che tutta la classe docente che dovrà gestire quel reclutamento è immune – per aver ormai consolidato il proprio potere nei ruoli apicali o per raggiunti limiti di età – dalle conseguenze innescate da una valutazione effettiva. Potranno dunque dedicarsi impunemente alla riproduzione del proprio patrimonio accademico (e, talvolta, genetico o di coniugio).
Se avessimo voluto combattere il localismo avremmo posto regole relative al reclutamento di persone formate fuori. Se avessimo voluto combattere il nepotismo avremmo messo regole relative ai meccanismi di reclutamento e di valutazione. Molti sedicenti precari su questi punti non mi sembrano pronti a raccogliere firme. Il punto è che, spesso, padri-accademici e allievi precari sono legati da un patto personale di “do ut des”.
Un altro elemento, inaccettabile, ma non contestato da molti sedicenti precari è che il dottorato di ricerca rimane fino al 2014 un titolo non obbligatorio. Questo è un punto dirimente rispetto alla reale onestà intellettuale di tutti gli interessati. Dalla fine degli anni Ottanta fino ad oggi, migliaia di studenti sardi hanno usufruito di borse post-lauream per conseguire specializzazioni o dottorati. In questi venticinque anni, numerosi sono quelli che sono partiti e hanno ottenuto titoli dottorali presso università del continente o straniere, ma la parte più importante è rimasta a Cagliari e ha fatto master e formazioni (magari anche dottorali, ma nella porta a fianco) di diverso tipo, comunque sempre all’ombra dei padrini accademici. Ancora oggi c’è chi afferma che in alcuni settori non ci sono (o non c’erano fino a pochi anni fa) dottorati locali. E allora? Qual è il problema? Occorre reclutare soltanto sotto casa? Ci sono assegnisti che in tanti anni non hanno saputo cogliere l’occasione dell’assegno per finanziarsi un dottorato di ricerca presso strutture accademiche esterne. Trovo vergognoso che questi assegnisti non debbano essere adesso valutati da altri che dai loro padri accademici.
Ci sono persone che si sono laureate con il professor Frankenstein, hanno conseguito l’assegno di ricerca con il professor Frankenstein in commissione, e ora sperano di avere Frankenstein nella commissione per la selezione dei ricercatori a TD (giacché questo racconta il nostro regolamento). Alla faccia della lotta al baronato e alla faccia della qualità.
L’assegno di ricerca, inoltre, ha costituito spesso, l’espressione più malata del localismo universitario. È stato usato, troppe volte, in maniera inadeguata, anche a causa dei meccanismi accademici. Faccio un esempio. Tra il 2000 e il 2004, sono state rese disponibili molte risorse per assegni di ricerca ed è successo che molti docenti si sono visti attribuire le risorse senza avere persone “pronte”. Molti docenti in questo caso hanno dato la risorsa a loro laureati o a famigli (sapendo che in Italia non c’è programmazione e se si salta il turno si può rimare a becco asciutto per sempre). Negli anni, questi docenti hanno confermato gli assegnisti creando dipendenza e a volte una situazione di assistenzialismo (l’altra faccia della precarietà). Questa è la logica accademica del passato che infila le sue grinfie nel corpo di questa università. Nei nuovi concorsi per ricercatori a TD questi meccanismi trovano la loro apoteosi.
Gli assegnisti hanno ragione sulla questione dell’età, essa non dovrebbe essere il discrimine. Bene, allora mettiamo regole draconiane sul reclutamento, favoriamo la qualità, eliminiamo i rami secchi, combattiamo insieme nepotismo e localismo. Senza di questo, alla fine, la regola dell’età finisce per essere un ipocrita palliativo, ma almeno, ammettiamolo, è un palliativo.
Infine, dobbiamo rigettare la retorica del precariato quando parliamo di un settore di privilegiati quale l’università. Far passare la massa dei contrattisti di docenza, la platea immensa dei Master&Back o addirittura la figura del dottore di ricerca per precariato fa un pessimo servizio alla cultura, alla ricerca e anche alla causa dei veri precari. Dottorati di ricerca, assegni e borse post-doc sono i canali per la formazione dei ricercatori. Questo rimestare nel torbido, ci fa correre il rischio di tornare alla pessima stagione degli anni Ottanta quando, dopo la titolarizzazione dei ricercatori (ex-precari), furono messe al bando tutte le borse ministeriali per paura di ricreare una domanda di stabilizzazione, bloccando così, per quindici anni, tutto il sistema.
Se dobbiamo mettere mano al regolamento sul reclutamento è per chiarire in modo inequivocabile i livelli di qualità richiesti, per limitare il nepotismo e per responsabilizzare i docenti reclutatori. I nuovi concorsi non devono servire a “stabilizzare” i precari ma a selezionare i nostri migliori ricercatori junior e promuoverli, nello stesso tempo dobbiamo liberarci dagli effetti perversi di un reclutamento personalistico e localistico che ha spesso caratterizzato l’uso delle risorse per gli assegni di ricerca.
Ci vuole coraggio da parte di tutti. In particolare, occorre prendersi delle responsabilità.
I ricercatori junior hanno diritto ad avere una prospettiva (con regole chiare e universalistiche). Ma questa non è automatica e per tutti, potrà divenire effettiva solo per i migliori. Bisogna dirlo con onestà, innanzitutto a Frankestein.