sabato 19 maggio 2012

Il Dipendentismo.

Pubblicato da Marco Pitzalis il 11 settembre 2011

Il Dipendentismo. (Marco Pitzalis)

Area89 ha appena pubblicato un articolo del deputato Giulio Calvisi. In questo articolo Calvisi denuncia il danno grave all’economia della Sardegna recato dalle politiche del governo italiano. Questo fatto segue l’attacco portato nei giorni scorsi all’autonomia della Sardegna e alla sua “specialità”. Di fronte alle reazioni molli e inutili dei partiti sardi e delle istituzioni regionali, ho scritto un articolo dal titolo “Il crepuscolo della Sardegna” in cui incitavo a tenere alto il livello dello scontro istituzionale e a proclamare il Parlamento della Sardegna. Alcuni amici intellettuali e accademici (di quelli che scrivono sui giornali) mi hanno sbeffeggiato come novello indipendentista. Non sono indipendentista e questo credo sia noto a tutte e tre le persone che prestano orecchio alle mie parole. Però questa reazione mi ha fatto riflettere sulle diverse posture intellettuali e sulla coppia concettuale adatta a definire l’opposizione tra indipendentismo e anti-indipendentismo. Chiarisco subito il fatto che dell’indipendentismo tradizionale non sopporto la postura identitarista e nazionalista, la quasi completa dimensione mitica ed esoterica del sostrato ideologico, quel rimuginare la storia trasformando il tempo storico in un’unica narrazione di un’isola senza storia (nel senso di un storia che finisce sempre nello stesso modo…). Per inciso, non tutto l’indipendentismo è così involuto, quindi chapeau a Franciscu Sedda, in ragione della sua capacità di pensare l’indipendentismo dentro le correnti moderne del pensiero (al di là del mio accordo con gli esiti della sua riflessione).

La postura politica dell’indipendentismo tradizionale è tutta tesa a fissare - in eterno - un’opposizione tra sé e l’altro. Un’opposizione di tipo sostanziale che si riferisce all’essenza stessa di culture (razze?) intese come totalmente irriducibili l’una all’altra. Dentro questo modo di pensare e di fissare la propria identità, l’altro – gli italiani – sono l’assolutamente altro da sé. Si escludono le porosità, le traduzioni, cioè la capacità delle culture di mescolarsi e di reinventarsi e di tras-portare elementi da una parte all’altra. La Sardegna è eterna. La sardità è eterna. Due sono i codici e sono irriducibili. Ed è eterna l’italianità. L’opposizione dell’Italia (e Piemonte) alla Sardegna viene considerata sempre della stessa natura dal trattato di Utrecht (1713) ad oggi.

Ora se questa postura non mi soddisfa, giacché totalmente involuta culturalmente e politicamente, mi chiedo qual è la postura opposta e speculare. Questa è il Dipendentismo.

Il Dipendentismo è una corrente di pensiero ed una prassi che è sempre esistita. Franciscu Sedda lo mette bene in mostra analizzando il pensiero dei Fasolt (giganti) della letteratura autonomista sarda (da Bellieni a Mialinu Pira passando per Emilio Lussu). Il Dipendentismo è l’incapacità di pensare che la Sardegna possa essere altro che un’appendice dell’Italia. È il fatto di sentirsi dipendenti economicamente e moralmente da una patria considerata come l’unica vera madre. È evidente che la Sardegna oggi è anche l’Italia. La maggior parte dei nostri pensieri scorrono in italiano e noi ci pensiamo dentro un quadro di riferimenti italiano. Non è facile liberarsi dal dipendentismo. Il dominio simbolico (a partire dal linguaggio) si traduce nell’incorporazione di valori e di classificazioni che sono tutte dentro una dimensione italiana.

Questo articolo non è un manifesto politico. È una riflessione mattutina su una coppia concettuale che aiuta, una volta fissata, a mettere in luce la specularità degli atteggiamenti intellettuali rigidi.

Da una parte esistono gli indipendentisti e dall’altra i dipendentisti. Esiste una differenza sostanziale, i dipendentisti sono in vantaggio, non hanno bisogno di dichiararsi per essere. A loro basta essere e muoversi nel dimensione del reale (che per definizione è “razionale”). Gli indipendentisti devono dichiarare il loro stato e per fondarlo devono dichiarare chi è l’altro. Ma i dipendentisti una volta scoperti sono cotretti a manifestare il proprio “altro da sé”. E in questo caso è l’altro della negazione. La negazione che esista la possibilità di un popolo sardo, di una Sardegna che si pone come soggetto paritario dentro la dialettica con i gruppi che dominano lo stato italiano.

Per i dipendentisti la Sardegna è il luogo delle impossibilità. Un altro impossibile. La Sardegna per loro è impossibile come soggetto. È l’altro negato (paradossalmente un altro da sé che è una parte del proprio sé). Un’amica intellettuale sarda “dipendentista” mi ha detto scherzando, ma non troppo, "perché non possiamo essere come gli emliani? Gente gioviale che si beve il lambrusco senza dover discutere continuamente su su sé stessi" e semplicemente possono essere, aggiungo io, spensieratamente.

La mia amica si lamenta per il fatto che i sardi non sappiano essere semplicemente, senza doversi continuamente pensare e definire senza dover porre il problema della relazione con il proprio essere… Il proprio ubi consistam (punto di appoggio, fondamento). Gli emiliani invece sanno, diceva lei, semplicemente essere.

Ecco questo è il punto. I sardi non possono semplicemente essere, perché come popolo hanno conosciuto una trasformazione profonda, innanzitutto linguistica. Gli emiliani possono essere, spensieratamente, perché sono quello che sono. I sardi no. Il problema non è quello dell’identità. Che è robaccia da mercatino dell’usato. Ma è quello del dominio. Ciò che i dipendentisti vogliono abbandonare è una posizione sociale e culturale dominata che deriva dall’essere sardi e abitanti della Sardegna. Vogliono essere assolutamente italiani e non tollerano che si richiami continuamente quel sé negato, perché scarsamente prestigioso. 

Ora poiché rischio di cadere anche io nelle aporie dell’identità. Mi fermo. E passo brevemente ad un altro piano.

Le relazioni tra individui e gruppi (compresi i popoli) sono relazioni di dominio. Esistono gruppi dominati e gruppi dominanti. Esistono regole del gioco che cristallizzano, legittimano e perpetuano i modi del dominio (a questo servono gli stati). Alcuni individui, anche dentro un gruppo (o popolo dominato), possono passare dentro il gruppo dei dominanti, oppure possono essere felici di una posizione dominante tra i dominanti (i professori universitari di Cagliari e Sassari).

Questi ultimi, gli intellettuali dominanti (giornalisti, professori, avvocati, commercialisti, notai e farmacisti) hanno ricevuto la legittimazione simbolica della propria posizione istituzionale da uno Stato che è il garante del valore simbolico dei loro titoli e dei loro gradi accademici. Tutti questi hanno fatto concorsi nazionali e i loro titoli di studio hanno un valore nazionale. Inoltre tutti questi giocano le loro traiettorie di carriera e di legittimazione dentro un quadro nazionale (italiano). Anche il più sardo dei nostri scrittori sardi è uno scrittore italiano e gioca la sua partita nel campo letterario italiano (acquisisce così una legittimazione italiana, che diventa moneta sonante in Sardegna).

Ecco qual è la natura del dipendentismo. È il voler evolvere dentro una dimensione nazionale e non voler correre il rischio di perdere i vantaggi che questa ci offre. Il rischio peggiore è l’idea di essere cacciati, schiacciati e condannati a giocare in un campionato di periferia.

 A metà degli anni novanta, vivevo a Parigi, una mia amica fu assunta come ricercatrice in un ente nazionale francese. Feci il viaggio con lei quando si trasferì con la macchina zeppa di valigie. Scesi a Genova, ci dirigemmo al casello autostradale, la mia amica si sporse per chiedere delle informazioni … il suo accento era cambiato! Era diventato una accento del Nord (chiaramente la presi in giro per anni …). In antropologia si chiama passing. È una forma di mimetizzazione propria degli individui che appartengono ai gruppi dominati. Ecco questa è la forma propria del dipendentismo.

Oltre il dipendentismo e l’indipendentismo c’è molto spazio. Non è la retorica dell’autonomismo che abbiamo conosciuto. Puramente di facciata e fallimentare. Questo spazio è quello della consapevolezza del conflitto, delle molteplici dimensioni del dominio e della lotta per l’affermazione di sé dentro una dimensione collettiva. L’affermazione della Sardegna come soggetto di relazioni paritarie. Politicamente si traduce nella rinegoziazione del rapporto costitutivo dello stato italiano. Con la consapevolezza che non si è obbligati stare insieme. Se non si ha questo coraggio, cioè di affermare che il contratto repubblicano può essere sciolto, allora la relazione di dominio diventa un'univoca relazione di sub-ordinazione. Ecco perché il dipendentismo fa la fortuna di alcuni e la sfortuna di molti.

Commenti

  • cristina lavinio :

    E dàlli: possibile che si debba procedere solo per dicotomie, senza sfumature e sovrapposizioni? io non ho nessuna difficoltà a pensarmi come sarda e come italiana insieme, e magari anche come europea e come cittadina del mondo. Come la mettiamo? sono dipendentista se mi penso come italiana? lo sono meno se mi penso come facente parte di un popolo sardo? che poi andrebbe definito un po' meglio, dato che, visto da vicino, questo 'popolo' è fatto di meticci (come molti altri 'popoli') non solo per i molti non sardi che sono tra noi, ma perché storicamente e geneticamente anche chi si sente sardo-sardo è magari sardo-fenicio, sardo-punico, sardo-arabo, sardo-romano ecc. Le rivendicazioni che dici vanno fatte in nome dei diritti costituzionali e statutari acquisiti, altro che rivendicare astratti piani 'paritari' tra una regione e lo stato di cui questa è regione, per quanto 'speciale'... E se questa 'parità' fosse pericolosa? e se tutte le altre regioni volessero fare altrettanto? non ci sarebbe una dissoluzione dello stato come ente sovraordinato che garantisce la 'tenuta' di tutto l'insieme in quanto stato o anche in quanto con-federazioni di regioni? che senso ha invocare la parità tra organizzazioni dissimili perchè asimmetriche e (finora) incluse l'una nell'altra con una relazione di parte/tutto? può all'improvviso la parte dirsi paritaria rispetto al tutto di cui fa parte, senza uscirne fuori?


  • Marco Pitzalis :

    veramente, sei tu, carissima, che ti poni dentro uno dei due termini dell'opposizione. Il mio procedimento vuole rompere questo schematismo.


  • giovanna casagrande :


    Sono d'accordo con Marco Pitzalis, oggi leggendo questo articolo ho trovato il nome esatto che definisce la mia personale visione di alcuni comportamenti. Il Dipendentismo è la molla che fa parlare di PPR uno scrittore invece che un sindaco o qualsiasi altro amministratore, il Dipendentismo è il continuo ammiccare all'Italia cercando il riconoscimento "nazionale" a tutti i costi, il Dipendentismo è quella sorta di mimetismo che fa apparire riformisti politici che perpetuano la peggior poiltica.
    •  Riguardo l'autonomia, secondo me, essa non è una forma di governo imposta ma un modo di vivere la società, un insieme di comportamenti che conducono a una emancipazione senza forzare regole democratiche in cambio di secessioni economiche o di governo ed è proprio questa dimensione che manca al “popolo sardo” pronto a ricordare la Storia ribelle senza mai soffermarsi sulla inconcludenza delle rivoluzioni .Le mie sono solo riflessioni personali scaturite dalla lettura di 2 articoli diversi che non fanno che confermare, ai miei occhi, la teoria dei due “ismi”


  • Roberto Bolognesi :

    Complimenti! Il pezzo è molto interessante e largamente condivisibile. Sbaglio a interpretarlo come un manifesto a favore della non-dipendenza? Dipendentismo e indipendentismo sono due facce della stessa medaglia. Entrambi gli ismi sono il frutto dell'incapacità di immaginare una Sardegna semplicemente non-dipendente, una Sardegna che si confronta alla pari con lo stato, come fa la Catalogna. Il ragionamento di Sedda è che è più facile convincere il 51% dei sardi a scegliere l'indipendenza, che non convincere il 51% degli Italiani a scegliere il federalismo. Il problema è che Franciscu ancora non ha chiarito come farà a convincere il 51% dei Sardi. Tra il presente dalla dipendenza e il futuro radioso dell'indipendenza c'è un vuoto che non si sa come vada riempito. L'anno scorso li ho presi in giro dicendo che tutto quello che proponevano era "Vota Antonio"! Come Totò. Sembra che adesso stiano muovendo i primi timidi passi verso una cultura della non-dipendenza, dando alla limba lo spazio necessario. Ma ce n'è voluto! E ancora non basta...
    Quello che occorre ai Sardi è una classe dirigente non dipendente e a questo ci si può arrivare soltanto sviluppando una cultura non dipendente, cioè rielaborando in modo autonomo la cultura propria e altrui. E questo passa necessariamente per le scelte individuali dei singoli intellettuali sardi.
    Quanto ai dipendentisti e al loro rapporto con la non-dipendenza, alcuni anni fa Cristina Lavinio ha protestato vivacemente contro il mio intervento in sardo ad un workshop al quale erano presenti Sardi e linguisti italiani. Il motivo fornito? Scarso senso dell'ospitalità. Questa mi sembra la massima espressione del pensiero dipendente.


  • Marco Pitzalis :

    Grazie. Un manifesto no, ma almeno un contributo si.


  • Paulu Biancu :

    L'indipendentismo é un modello culturale, la forma in cui "Is sentidus" diventano espressione di coscienza allo stato puro: un modo di sentirsi sardi, riprendendoci la memoria antica, la storia, i sentimenti e i valori che ci appartengono da sempre, secondo una prospettiva nostra, che riesca a connettersi con l'innovazione ma senza farsi condizionare.


  • lapatriedalfriul.org :

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