Pubblicato da Francesco Giorgioni il 28 gennaio 2012
Devo eterna gratitudine ad Antonello Pirotto. Perché anni fa ho avuto l'identico desiderio di investire Roberto Castelli con quel liberatorio “non mi deve rompere i coglioni”, ma non il suo stesso coraggio. E l'urlo mi restò strozzato in gola.
Certo, io non calzavo il baschetto da minatore e il contesto era diverso. Come il municipio di Siliqua è diverso dal Pepero Club di Porto Cervo.
Castelli l'ho infatti conosciuto in Costa Smeralda, alla festa del suo compleanno organizzata da un'amica comune. L'anno? Forse il 2003, ma potrei sbagliare.
Questa comune amica era un'elegante ed attempata signora milanese, titolare di un'azienda specializzata nella produzione di bigiotteria. Le vacanze le trascorreva in una sontuosa villa a Cala di Volpe nel cui giardino, ogni sera, c'era qualcosa da festeggiare. Anche quando non c'era nulla da festeggiare.
Ci eravamo conosciuti ad un party e mi aveva chiesto il numero di telefono, cosicché ad ogni ricevimento non mancava di invitarmi. Benché mi stesse simpatica io accampavo sempre delle scuse per rifiutare, ma quella volta non mi fu proprio possibile.
“Sa, ho deciso di organizzare il compleanno del mio caro amico Roberto al Pepero di Gianni Principessa. Le ho riservato un posto al tavolo mio e del ministro, stavolta non mi dica di no. Sa, Roberto è un po' giù di morale e vogliamo fargli trascorrere una serata allegra in mezzo a gente che gli vuole bene”. Mi venne concesso di portare con me un fotografo: già che c'ero, non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di un articolo per il quotidiano col quale al tempo collaboravo.
Era pieno agosto. Toglietegli la cravatta, per il resto Castelli era lo stesso inespressivo baccalà che arreda svariate arene televisive: giacca e pantaloni scuri, camicia turchese, l'innata capacità di suscitare un'immediata antipatia.
La signora mi presento come “l'amico Francesco”, poi si sentì in dovere di aggiungere che ero un giornalista.
Occhi fissi dietro la lente rotonda, bocca immobile, però intuii ugualmente una smorfia di disappunto.
“Lei è del quotidiano La Nuova Sardegna?”
“No”.
“Ecco, perché quelli li ho querelati e non stringerei mai la mano ad un suo collega che lavori per quella testata. Ditemi che sono un pirla, ditemi che non capisco niente ma non ditemi che rubo”. Non ricordo con esattezza se abbia aggiunto anche un “ecchecazzo!”, ma ne sono pressochè certo.
La Nuova Sardegna aveva scritto intere paginate sulle vacanze che Castelli avrebbe trascorso quell'anno a spese dei contribuenti nella colonia penale di Is Arenas, il ministro aveva subito schierato una squadra di avvocati per difendere la sua onorabilità.
Allora aveva deciso di proseguire la vacanza in Sardegna, ospite per alcuni giorni nella villa dell'organizzatrice della serata.
Dopo l'aperitivo la signora mi pregò di seguirla al tavolo del festeggiato. Ma vedendo Antonio, il fotografo al mio seguito, seduto in un angolo con due colleghi mi sembrò antipatico lasciarlo solo. MI scusai e li raggiunsi per cenare con loro.
Il clou di una serata dalla noia mortale fu l'arrivo in gran pompa di Marta Marzotto, nientemeno. Vennero ad annunciarla al tavolo e noi ci alzammo per assistere all'incontro tra la contessa salottiera e l'ingegnere leghista.
Antonio sfoderò la sua Nikon e iniziò a scattare. Si fecero avanti due energumeni vestiti di scuro e con una faccia da cazzo come poche ne ho viste nella mia vita. Tirarono fuori il tesserino della Digos e ci chiesero di mostare loro i nostri documenti. Era la scorta del ministro.
“I documenti? E perché?”, chiesi.
Per farla breve Castelli – che osservava quanto stava accadendo senza darlo a vedere - non gradiva essere fotografato mentre mangiava, cosa che infastidisce molti altri politici. Un prezzemolo tra i denti pare possa fare precipitare in picchiata anche la popolarità del politico più amato, sostengono i sondaggisti.
Spiegammo di essere stati invitati regolarmente alla feste, protestando per il trattamento da terroristi riservatoci e specificando di non essere interessati a documentare la masticazione del guardasigilli. A noi interessava solo l'incontro tra la Marzotto e il ministro.
Nulla da fare. Due uomini pagati dallo Stato, in una discoteca della Costa Smeralda, brigavano per strappare di mano la macchina fotografica ad un reporter invitato apposta per immortalare l'evento.
Ad un certo punto si mise in mezzo anche la sicurezza del locale: finimmo con l'essere circondati da una squadra di bronzi di riace che non aspettavano altro, se non di poterci cacciare a pedate nel sedere.
La signora, tutta imbarazzata, cercò di evitare l'incidente diplomatico provando a calmare me e il fotografo che, imbufalito, aveva imboccato l'uscita. Ma ormai la frittata era fatta.
Ci fu parecchio trambusto, ma Castelli non si spostò mai dal suo posto. Seguitò ad ingozzarsi di aragosta e beluga, l'occhio annoiato di uno capitato là per caso.
Prima di andarmene lo guardai ben bene in faccia. Mi venne proprio in mente di avvicinarlo e fargli notare che non si possono rompere i coglioni a chi, quella sera, stava scattando delle foto per portare a casa un servizio e difendere il proprio posto di lavoro.
Come un operaio di Alcoa o Eurallumina.
Non ne ebbi il coraggio. Per fortuna, nove anni dopo, ci ha pensato Antonello Pirotto. Cui prometto di offrire un caffé, semmai un giorno dovessimo incontrarci.